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Milano Radicalmente nuova

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Almeno per 30 giorni, ridateci le tribune elettorali

Nella storia dei dibattiti televisivi elettorali si è passati dalle cosiddette conferenze stampa moderate da Jader Jacobelli degli anni ’70, in cui molti giornalisti ponevano domande ad un esponente politico costringendolo a dare delle risposte, agli attuali talk show nei quali attorno al conduttore sono disposti e confusi esponenti istituzionali, politici, personaggi dello spettacolo, soubrette, vignettisti e giornalisti, questi ultimi spesso nel ruolo di opinionisti, più che di cronisti che pongono domande scomode e cercano di inchiodare i candidati a risposte chiare.

Paolo Franchi, reduce da un Porta a Porta con uno straripante Berlusconi, scriveva sul Corriere della Sera il 14 febbraio 2001, in un editoriale intitolato “Ridateci quelle tribune”: 

«E a me, che scivolando sempre più sulla poltrona subivo impotente e vagamente umiliato il dilagare di Berlusconi, è cresciuto inarrestabile il rimpianto per le Tribune politiche di un tempo, infinitamente meno giulebbose e meno prone verso i potenti nonostante si fondassero su regole certe, e anzi anche per questo. Ridatecele». (Corriere della Sera, 14 febbraio 2001)

Intervistato dal Corriere pochi giorni dopo, Jader Jacobelli, storico direttore delle Tribune politiche degli anni ’60 e ’70 e all’epoca garante della qualità delle trasmissioni RAI, dichiarava:

«Mi limito a far osservare che in quel contesto di trasmissione, dove non ci sono regole, dove bisogna fare a tutti i costi spettacolo, dove contano più le facce dei personaggi che le loro idee, è quasi fatale che accada quanto accade.” E ancora: “Vespa non è un notaio come lo ero io, ma conta e pesa alla pari dei suoi ospiti. A volte anche di più. Ed è un male. Noi copiamo gli Stati Uniti ignorando che i political show spesso sono regolati dagli avvocati dei due contendenti. Si stabiliscono financo le inquadrature». (Corriere della sera, 15 febbraio 2001)

Sempre sul Corriere, sempre sullo stesso argomento, Aldo Grasso scriveva invece:

«La comunicazione formale è il primo esempio di quell’accordo arbitrario che permette all’interno di una società di far funzionare ogni sorta di meccanismi, dal linguaggio sino alla democrazia. (…) Il ruolo “irrituale” che alcune trasmissioni televisive svolgono ormai nella cerimonia del potere è un dato di fatto; giustamente Cossiga ha definito Porta a Porta come “il terzo ramo del Parlamento”. Davanti a Vespa si sono giocati e si giocano molti destini della nazione. Si “giocano” appunto. Con il rischio che la forma diventi puro ornamento del pragmatismo, un ricciolo di enfasi, un artificio utile per tagliare nastri alle inaugurazioni».

Un celebre studioso dei media statunitense, Dan Nimmo, nel giudicare alcuni talk show di carattere politico in voga durante le elezioni presidenziali del 1992, ammoniva a valutarli ponendosi le seguenti domande:

  • Come è selezionato il pubblico e qual è la sua composizione politica e sociodemografica?
  • Come sono selezionate le domande e chi è che le seleziona?
  • Le domande sono formulate in modo da ricevere risposte evasive?
  • Il formato si caratterizza per essere di informazione o di intrattenimento?
  • Chi è la star del programma: il conduttore, il politico o il pubblico?
  • Il contenuto del programma aumenta la comprensione del pubblico?

(in Sara Bentivegna, “Comunicare politica nel sistema dei media, Costa & Nolan, 1996)

 

I famosi dibattiti televisivi delle presidenziali americane, le trasmissioni politiche più seguite a livello mondiale, sono disciplinati da regole molto dettagliate. La posizione che assumono i candidati, se sul podio o seduti intorno a un tavolo con un moderatore. Il tempo di risposta dopo ogni domanda, e la possibilità o meno di ribattere alle risposte del contendente. I moderatori dell’incontro e la possibilità o meno che il pubblico presente in sala possa interagire con i candidati. Sono regolamentati anche i temi dei vari dibattiti. Nelle ultime elezioni presidenziali, quella che hanno visto Obama contro MacCain, il primo dibattito è stato dedicato alla politica estera, il secondo alle domande dei cittadini presenti in sala, e il terzo e ultimo all’economia e la politica interna. Le regole sono stabilite da un'apposita commissione, con l'accordo dei candidati.

In Italia i talk show sono le uniche trasmissioni di dibattito politico che raggiungono una platea significativa di cittadini, grazie alla loro collocazione oraria e i budget a disposizione. A prevalere sono sempre il ritmo, lo stile argomentativo, i temi selezionati dal conduttore, che ha il potere di imporli potendo scegliere il titolo della trasmissione, gli ospiti, i filmati, i collegamenti, i giornalisti in studio e il loro ruolo, le proprie domande, la durata delle risposte. Attraverso trasmissioni fortemente strutturate che impediscono a chi vi partecipa di poter scegliere liberamente i propri argomenti e il proprio stile argomentativo, i conduttori predefiniscono in gran parte l’andamento della discussione. Il rapporto conduttore-ospite politico non è quindi paritario, ma sbilanciato nettamente verso il primo, con la conseguenza che agli esponenti politici è impedito proporre la propria agenda delle priorità, le proprie urgenze, la propria strategia comunicativa, mentre allo stesso tempo i giornalisti non riescono, proprio per il ritmo e l’andamento complessivo della trasmissione, a incalzare gli ospiti politici con domande precise.
Come affermano gli studiosi di comunicazione Maria Luisa Bionda e Alberto Bourlot in un saggio sulla trasmissione di Vespa: “Per il politico affrontare questa televisione significa inevitabilmente rinunciare a parte di ciò che per lui è politica in cambio di una possibilità di esistenza.” (“Lo spettacolo della politica”, a cura di Maria Luisa Bionda, Eri/Vqpt, 1998)

E’ possibile, compatibile con la democrazia, che il potere di condizionamento enorme di cui godono quattro conduttori, gli unici in grado di raggiungere platee di milioni di elettori ogni settimana, non sia sottoposto ad alcuna regola, ad alcuna responsabilizzazione, se non quella del “fare audience”?

Il regolamento sulla par condicio fatto approvare dal parlamentare radicale Marco Beltrandi, solo per i 30 giorni precedenti al voto, quelli in cui gli elettori decidono chi votare, riporta le tribune elettorali al centro della comunicazione politica. Candidati a confronto tra loro in condizioni di parità, sottoposti alle domande dei giornalisti (non solo 4). Per consentire di scegliere, senza mediazioni, al cittadino, e non solo all'audience.